31 gennaio 2006

«In Iraq marines-rapitori» , da Il Manifesto 28 gennaio 2006



L'esercito degli Stati uniti ha arrestato in almeno due occasioni mogli di sospetti militanti della guerriglia irachena per cercare di convincere i combattenti-mariti a consegnarsi per ottenere la scarcerazione delle donne. Lo hanno rivelato documenti ufficiali statunitensi, resi pubblici ieri dal Pentagono su richiesta della American civil liberties union (Aclu) e di cui la Associated Press ha potuto prendere visione. In uno dei casi scoperti, un'unità speciale arrestò una giovane madre di tre figli, uno dei quali di non più di sei mesi, nonostante l'opposizione di un funzionario civile del Pentagono. Il fatto sarebbe avvenuto a Tarmiya, a nord est di Baghdad, il 9 maggio 2004. Si tratta di fatti che, se confermati, sono da equipararsi a veri e propri rapimenti, una violazione patente delle più elementari regole che il diritto internazionale stabilisce siano rispettate durante i conflitti. Prima del raid, i membri della Task Force (TF) 6-26 avrebbero discusso se prendere in ostaggio la moglie dell'uomo che miravano a catturare, nel caso questa fosse stata presente. Nonostante le obiezioni del funzionario civile del Pentagono - riferisce il testo fatto venire a galla dall'Aclu - questo sarebbe puntualmente avvenuto e la donna sarebbe stata tenuta in prigione per due giorni fino a che il medesimo funzionario protestò vivacemente per la sua detenzione. Un altro episodio risale al giugno 2004 ed è documentato da alcune e-mail scambiate tra sei colonnelli dell'esercito, e-mail in cui si parla chiaramente dell'ipotesi di arrestare le mogli per arrestare i mariti. Intanto Braeunlinch e Thomas Nitzschke sono ricomparsi ieri dagli schermi di al Jazeera. Inginocchiati, con alle spalle quattro uomini mascherati e armati di mitra, il filmato dei due ingegneri tedeschi sequestrati martedì a Baiji, cittadina del nord dell'Iraq a 180 chilometri da Baghdad, è stato trasmesso senz'audio, ma secondo l'emittente panaraba i due avrebbero richiesto l'aiuto di Berlino per assicurare la propria liberazione. Non lascerebbe ben sperare il nome del gruppo che dice di averli sequestrati e il cui filmato amatoriale è datato 24 gennaio, quando è avvenuto il rapimento.

La sigla «Brigate di Ansar al Tawid Wa Sunna» richiama anzitutto concetti cari ai gruppi islamisti più radicali. Al Tawid wal Jihad è la sigla sotto la quale iniziò ad operare in Mesopotamia il terrorista giordano Abu Musab al Zarqawi, ritenuto «l'emiro» di al Qaeda a Baghdad. Inoltre a Dusseldorf, in Germania, lo scorso ottobre è terminato un lungo processo - denominato proprio «al Tawid» - che ha visto condannati due giordani ritenuti responsabili d'aver pianificato attentati contro discoteche gestite da ebrei.

Nello stesso tempo il video mandato in onda ieri è simile a quello che, qualche giorno fa, ha testimoniato della cattura di Jill Carroll, la giornalista statunitense del Christian science monitor: non particolarmente drammatico, senza alcuna richiesta esplicita fatta fare agli ostaggi da parte dei rapitori, sembrerebbe un semplice segnale di apertura della trattativa. Il ministro degli Esteri di Berlino, Frank-Walter Steinmeier, ha affermato che è stato già stabilito un contatto con i sequestratori e che sono stati proprio i rapitori a farsi vivi. Secondo alcune fonti il riferimento è a possibili richieste contenute nel filmato, anche se al Jazeera ha smentito che nel video vi sia alcuna domanda da pare del gruppo di sequestratori. Steinmeier ha comunque lanciato loro un appello per la liberazione dei due connazionali, impegnandosi a non fare nulla che possa mettere in pericolo la vita dei prigionieri. «Ci comporteremo in maniera assennata», ha assicurato il capo della diplomazia tedesca. «Questo sono in grado di promettere, a nome del mio governo. Rinnoviamo il nostro appello affinché i due uomini siano rimessi in libertà immediatamente».

Si attendono ancora sviluppi per la vicenda di Jill Carroll, la 28 free lance che al momento della sua cattura lavorava per il quotidiano di Boston. I suoi rapitori, sempre dagli schermi di al Jazeera, avevano chiesto la liberazione di tutte le detenute. Ieri però la madre di una delle donne rilasciate giovedì ha smorzato la speranza dei parenti della Carroll dichiarando che il rilascio del gruppo di donne non è da mettere in relazione al sequestro della reporter Usa.

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